C’è Smart city e Smart City
Circola da qualche tempo con una certa insistenza sui social l’immagine futuristica del rendering di “The Line”, la città lineare che l’Arabia Saudita sta costruendo con i propri fondi sovrani e che punta a diventare una delle meraviglie del mondo, mirando a competere in orizzontale con il celebre Burj Khalifa di Dubai, il grattacielo più alto del mondo.
The Line, da progetto, sarà una struttura lunga ben 170 km, alta 500 metri e larga soltanto 200, ubicata nel deserto, con la promessa di essere sostenibile e con un impatto limitato sull’ecosistema naturale, andando ad occupare soltanto il 5% del territorio su cui insiste, per ospitare qualche cosa come 9 milioni di persone.
The Line promette di essere la prima metropoli al mondo senza auto, ad emissioni zero, che spinge oltre il concetto della città dei 15 minuti, riducendoli a 5, grazie a trasporti modernissimi e ultraveloci che permetteranno di spostarsi da un capo all’altro della città in soli 20 minuti. Grazie a queste caratteristiche The Line mira anche a proporsi al mondo come un luogo ideale per ospitare attività innovative e non nasconde l’ambizione a costituire un modello globale di smart city del futuro.
Tutto magnifico e tutto straordinario, quindi? Dipende.
Il progetto The Line è sicuramente fatto per stupire e senza dubbio ha i numeri per farlo. Idealmente è perfetto per una civiltà nomade, che “pianta la tenda” in mezzo al deserto, creando un microcosmo autosufficiente, ma ben difficilmente tale modello si potrà adattare a territori altamente urbanizzati e con un sedime storico fortemente stratificato.
Ad un europeo, per esempio, The Line può apparire una bizzarria e persino un incubo tecnologico, non molto diverso dai falansteri teorizzati dal filosofo e politologo francese Charles Fourier agli inizi del XIX secolo, e in parte fatti propri da certa architettura razionalista e brutalista che ha prodotto, per esempio, il mostro urbanistico di Corviale a Roma o le scellerate “vele” di Scampia.
Indicare The Line come una ideale città smart, quindi come modello replicabile, è quindi del tutto fuorviante, se non si vuole ridurre il concetto di smart city ad un totem tecnologico, magari rispettoso, ma del tutto estraneo all’ambiente.
Ciò che ci insegna, invece, è che non esiste un solo approccio al concetto di città smart, ma ne esistono molteplici e tutti potenzialmente validi, purché in grado di raggiungere, ognuno a modo suo, l’obiettivo irrinunciabile della sostenibilità e della vivibilità, ma anche dell’armonia con l’ambiente.
Gli antichi centri storici europei sono da secoli città dei 15 minuti e sfido chiunque a metterne in dubbio la qualità totale che riescono ancor oggi a garantire a chi li abita e li vive. Per molti versi sono già oggi intrinsecamente “smart” e con pochi accorgimenti possono essere ampiamente sostenibili.
The Line, quindi, è una provocazione utile a insegnarci che dobbiamo guardarci bene dai deliri di onnipotenza tecnologica e tornare viceversa a guardare all’uomo, rimettendolo al centro, un po’ come fecero nel Quattrocento i Fiorentini che inventarono l’Umanesimo e il Rinascimento. Non a caso, timidamente ma insistentemente, si è tornato a parlare di umanesimo tecnologico.